La Memoria sghemba 9 – Il matrimonio

di Paolo Zagari

In questa rubrica si tratterà di cinema, letteratura, arte, danza, gastronomia e di tutto ciò che a un certo punto, sospinto dalla razionalità del caso, affiora nella memoria o misteriosamente in essa perdura.

Tutti prima o poi ci siamo innamorati. Tutti prima o poi ci siamo lasciati. Tutti prima o poi, nonostante i giuramenti di non ricaderci mai più, abbiamo ricominciato ad amare.

A bocce ferme, in quei rari momenti in cui siamo sentimentalmente stabili, o rilassatamente liberi, è giusto porsi la domanda: qual è la molla di questa coazione a ripetere? O più prosaicamente perché proviamo l’irresistibile necessità di cacciarci nei guai?

E’ la mitica sequenza di Amarcord (1973) di Federico Fellini interpretata da Ciccio Ingrassia.

Poesia allo stato puro. Epica, grottesca, profonda, vera. Il desiderio della carne ma anche della compagnia e perché no dell’amore rende il matto di famiglia una persona normalissima.

Eppure il desiderio di stare con un’altra persona per sempre, razionalmente può sembrare una follia.

La sequenza è tratta dal film Tra le nuvole (2009) regia di Jason Reitman.

E’ però sin troppo facile demistificare il matrimonio. A tutte le latitudini ,in tutte le culture ,per tutte le religioni è il coronamento di un sogno individuale, e addirittura il momento fondante della società. Non si può essere sempre corrosivi. Bisogna fare uno sforzo e crederci. E abbandonarsi all’immaginario collettivo.

Era la scena del matrimonio da Il cacciatore di aquiloni (2007) regia di Marc Forster, tratto dall’omonimo, fortunatissimo e appassionante libro. Qui siamo in oriente, il sole dorato attenua tutte le imperfezioni dei volti e la tradizione è più forte di qualunque inquietudine individuale.

In occidente, invece, tutti i nodi vengono al pettine subito, addirittura durante la celebrazione del rito.

Dal film Il laureato (1967) di Mike Nichols.

Per finire, dando per ammesso che l’amore trionfi e il matrimonio sia un successo, non si può sorvolare sugli inevitabili misunderstanding che possono nascere in una festa pur cosi dettagliatamente organizzata.

Da Quattro matrimoni e un funerale (1994) per la regia di Mike Newell.

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La Memoria sghemba 8

di Paolo Zagari

In questa rubrica si tratterà di cinema, letteratura, arte, danza, gastronomia e di tutto ciò che a un certo punto, sospinto dalla razionalità del caso, affiora nella memoria o misteriosamente in essa perdura.

Abbiamo litigato con il datore di lavoro, i colleghi hanno fatto la spia, la crisi attanaglia l’economia. Il licenziamento aleggia nell’aria. E speriamo ardentemente che tocchi al nostro vicino di scrivania, subito. Cosi si abbassa la percentuale.

Ma prima o poi, inesorabilmente, viene il nostro turno:

Il punto di vista è originale:il licenziamento come occasione di riscatto individuale. Il film è Tra le nuvole (Up in the Air) del 2009 diretto da Jason Reitman.

Ora però si tratta di affrontare la prova più ardua che si presenta almeno una volta nella vita a un primate evoluto nel mondo occidentale: il colloquio di lavoro. Come bisogna vestirsi? Cosa bisogna dire? Come bisogna rispondere? Gentilezza o personalità? Riservatezza o confidenza? Verità o menzogna? E soprattutto dove bisogna mettere le mani?

Certo con un piccolo aiuto i colloqui si affrontano meglio. Molto meglio

La sequenza è tratta da Trainspotting (1996) diretto da Danny Boyle.

Epperò, abbiamo detto, c’è la crisi, manca il lavoro, la situazione è drammatica e chi ha potere seppur minimo, in Italia almeno, si comporta sempre come uno stronzo. Come ci suggerisce il film Santa Maradona (2001) opera prima di Marco Ponti.

Riassumendo: di questi tempi, se si affronta un colloquio di lavoro la fine è nota: Respinto. E allora se ne fa un altro: Respinto: e poi di nuovo un altro: Respinto. Fino a che qualcuno non ti raccomanda e diventi usciere di terza classe a cinquant’anni.

Ma forse l’errore è nel lamentarsi e rassegnarsi ancor prima di cominciare. Basterebbe in fondo affrontare la prova con un po’ di decisione e sparigliando le carte.

Prendi i soldi e scappa (Take the Money and Run, 1969) di Woody Allen.

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La Memoria sghemba 7

di Paolo Zagari

In questa rubrica si tratterà di cinema, letteratura, arte, danza, gastronomia e di tutto ciò che a un certo punto, sospinto dalla razionalità del caso, affiora nella memoria o misteriosamente in essa perdura.

Superati i quarant’anni, con tutte le nostre forze cerchiamo di sfuggire a quel fatidico momento chiamato bilancio esistenziale. Cosa stiamo facendo, dove stiamo andando, abbiamo mantenuto fede alle aspettative, se morissimo all’improvviso qualcuno ci rimpiangerà oppure festeggeranno?

E’ una prassi drammatica che in realtà non serve a nulla se non a angosciarci un po’:  siamo quel che siamo e certo adesso non possiamo cambiare. Quindi il suggerimento è di non pensarci e soprattutto di evitare qualunque contatto possa agganciarci col nostro passato. Purtroppo ogni buona intenzione viene vanificata da quella terribile prassi, nel tempo di Facebook praticamente inevitabile, che è la rimpatriata. Per un motivo o per l’altro un gruppo di persone che da anni si era persa di vista prima o poi si ritroverà una sera a parlare dei bei tempi andati. In situazioni del genere l’inizio è carico di sentimento e nostalgia:

E’ una celebre scena (un archetipo cinematografico) tratta dal Il Grande Freddo (1983) di Lawrence Kasdan. Un gruppo di vecchi amici si ritrova in occasione di un funerale e quello che sembrava un pretesto per riallacciare dei rapporti profondi si rivela un ritratto impietoso di una generazione.

Il secondo step è il divertimento, gli scherzi che si facevano quando ”eravamo più giovani”

La Rimpatriata (1963) di Damiano Damiani con Walter Chiari, un classico esempio di commedia all’italiana doc: comicità, cinismo, malinconia, grandi attori. Un film di classe dimenticato che farebbe impallidire registi e attori delle commedie italiane contemporanee.

Ma dopo i saluti, le battute ecco che cala la tristezza . Siamo diventati grandi, siamo diventati vecchi e meschini, ci odiavamo prima, ci disprezziamo adesso:

Qui il livello di confezione cade un po’, gli attori sono improvvisati e tutto ha il sapore della macchietta. Rimane il disincanto unito a una punta di cattiveria. Il film è Compagni di scuola diretto da Carlo Verdone nel 1988, campione d’incasso dell’epoca.

Per chiudere: ogni amicizia ha il tempo della sua durata. Cercare di ripristinarlo artificialmente è solo coazione a ripetere. È meglio restare con un buon ricordo e magari immaginarsi cosa sarà diventata la compagna del primo banco della terza A che ci piaceva tanto. Ma non saperlo.

La Memoria sghemba 6

di Paolo Zagari

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Stiamo piacevolmente chiacchierando seduti a un tavolino col collega di lavoro. Quindici minuti di break, fondamentali per staccare e per ricaricarsi. Il caffè, la spremuta di arancia, il sole sui tetti, l’aria frizzante. Un quarto d’ora da godere letteralmente minuto per minuto. Però vediamo il nostro collega un po’ pensieroso e notiamo, non senza preoccupazione, che sta per aprire bocca. Non parlerà di calcio, dell’ultimo film, delle tette della barista, no ha in animo qualcos’altro, qualcosa che rischia di far svanire la magia del momento. “Sai che ho sognato ieri? non ci crederai, ora te lo racconto…”.

Ecco, è finito l’incanto. Non c’è niente di più devastante che sentirsi raccontare i sogni degli altri. Noiosi incomprensibili, probabilmente falsi, si basano su strutture che non  possiamo capire (la vita interiore del narratore) e soprattutto non VOGLIAMO capire. Non c’è ne frega niente delle acrobazie del tuo inconscio. Desideriamo  solo goderci il sole. Se vuoi raccontare un sogno, vai dallo psicanalista. E se vogliamo sentirne raccontare uno ce ne andiamo al cinema.

E’ l’inizio del Posto delle Fragole  del 1957, regia di Ingmar Bergman. Siamo in Svezia. Strade deserte, case in rovina, orologi senza lancette, l’assurdità della vita, il fascino e la paura della morte, l’imperscrutabilità del Tempo. Le tematiche classiche bergmaniane riassunte in 4 minuti.

Passano 5 anni e un altro grande regista sogna.

Cambia la latitudine, cambia la grana onirica dell’autore. Fellini otto e mezzo 1962. Una madre che parla, un padre che ti rimbrotta anche dopo morto, il senso di colpa, un prete, te stesso, un bacio appassionato alla moglie che si trasforma in madre…

Una sequenza delicata, quasi accogliente, nella quale tutti ci possiamo ritrovare, ma per questo forse ancora più angosciante.

Ma non tutti i sogni  necessariamente inquietano. Alcuni decisamente divertono

E’ una sequenza tratta dal Dittatore dello stato libero di Bananas di Woody Allen del 1971.

Ora il break è finito e bisogna tornare a lavorare. Non addormentatevi però sulla scrivania. Potreste avere un incubo…

La Memoria sghemba 5

di Paolo Zagari

In questa rubrica si tratterà di cinema, letteratura, arte, danza, gastronomia e di tutto ciò che a un certo punto, sospinto dalla razionalità del caso, affiora nella memoria o misteriosamente in essa perdura.

E’ una sera qualunque, siamo appena tornati a casa, abbiamo posato le chiavi nello svuotatasche, ci siamo tolti la giacca e, come per un riflesso condizionato, abbiamo acceso la televisione che era sintonizzata sul telegiornale regionale.

Out –out invece di aut aut, un errore comico che suscita due riflessioni distinte. La prima, più ovvia e velatamente demagogica, è sul sistema Italia: Cosa serve, nel nostro paese, per arrivare a essere un giornalista di una testata prestigiosa? Curriculum spaventoso? Gavetta pesante? Talento indubitabile? Cultura enciclopedica? Coraggio investigativo? Fortuna? Un calcio in culo? Relazioni pericolose? Permeabilità etica e psicologica?

La seconda riflessione è : Chi è un giornalista?

A – Un eroe disposto a sacrificare la propria vita in nome della verità

Urla del silenzio, il film di Roland Joffé del 1984, racconta le gesta di un giornalista americano che insieme al suo amico interprete e fotoreporter cambogiano permette al mondo di scoprire gli orrori del regime ultra comunista di Pol Pot che in nome di un mondo migliore ha ucciso quasi due milioni di persone – un terzo dell’intera Cambogia – nell’ arco di 4 anni (1976-1979).

B – Un uomo tranquillo, come noi, con i nostri vizi e le nostre virtù, furbo ma non quanto i potenti che intervista

Il film è Signori e Signore Buonanotte, un tipico spaccato di società italiana descritto secondo i canoni della commedia all’italiana: disincanto, cattiveria, assenza di morale. Il modo migliore per descrivere questo paese. Il film è del 1976 e il dato serve a capire quanto spesso il cinema italiano sia stato (purtroppo non lo è più) sventuratamente profetico.

C – (che nella vulgata è il pensiero più corrente) giornalista uguale Figlio di Mignotta

Prima pagina, un vero e proprio trattato senza retorica sul mondo e sui meccanismi che regolano il giornalismo, è il terzo film della irresistibile coppia Lemmon – Matthau, un gioiello della commedia americana elegante, raffinata, caustica, divertente di cui Billy Wilder – il regista – è il principale maestro e artefice.

Concludendo, una cosa è chiara: comunque la pensiate, il giornalista è colui che dà una notizia, non che la sa.

La Memoria sghemba 3

Di Paolo Zagari

In questa rubrica si tratterà di cinema, letteratura, arte, danza, gastronomia e di tutto ciò che a un certo punto, sospinto dalla razionalità del caso, affiora nella memoria o misteriosamente in essa perdura.

Hai parcheggiato correttamente nella linea blu, hai pagato il biglietto, fino alle 16. Arrivi alle 16 e 01. Contravvenzione: 36 euro, implacabile. La macchina vicino a te, posta sopra il marciapiede in pieno divieto di sosta, ha il invece il parabrezza immacolato. Gli ausiliari possono multare solo chi NON ostruisce il traffico.

E’ una di quelle giornate dove tutto sembra girare all’incontrario. Paradossale. Ma il paradosso è la realtà che le persone normali non riescono a cogliere.

È la lezione di Luis Buñuel tratta dal Fantasma della libertà (1974 – esiste un titolo più bello?). Le nostre azioni sono frutto di convenzioni sociali che noi trasformiamo, per un mero discorso di opportunismo, in regole di comportamento.

Una tale visione può modificare radicalmente il nostro punto di vista. Quello che fino a ieri ci sembrava certo oggi viene clamorosamente ribaltato. Se invece restiamo inconsapevoli, chiusi nel nostro mondo ottuso e conforme, ci ritroveremo all’improvviso attori di una recita di cui non conosciamo il copione.

Siamo sempre a tavola, e siamo sempre in un film di Buñuel: Il Fascino discreto della borghesia
(1972 – esiste un titolo più elegante?). La vita non è mai quella che vogliamo vivere, o forse – suggerisce il maestro spagnolo – non è mai quella che pensiamo di vivere. I nostri desideri sono repressi dalla realtà. Non riusciamo a esprimerci. E forse questo (paradosso del paradosso) è l’unico dato positivo visto l’ egotismo feroce di cui sono composti i nostri desideri.

E’ una sequenza tratta da Estasi di un delitto (1955 – esiste un titolo più conturbante?).

Sogno o realtà? qual è la nostra dimensione più consona, sembra chiederci Buñuel?
Dobbiamo lasciarci andare o vivere controllati incalza il regista surrealista?
E, traslando, l’inquietante interrogativo ai giorni nostri: la multa bisogna pagarla o fare finta di niente?

La Memoria sghemba 2

di Paolo Zagari

Cosa c’è di meglio di un buon bicchiere di vino, possibilmente rosso?

Eppure ultimamente quante volte ci è capitato mentre stavamo accingendoci a trangugiare con soddisfazione il nettare dionisaco di rimanere infastiditi dal commensale che roteando un bicchierone improbabile ne decantava le proprietà affastellando sentori e retrogusti fantasmagorici, costringendoci a un timoroso silenzio reverenziale nonostante dentro di noi fossimo convinti stesse solo ripetendo a pappagallo le ultime dispense del corso enologico per corrispondenza e che in realtà non ne capisse un emerito nulla?

Sono situazioni disperate se non ci venisse in aiuto la memoria sghemba offrendoci il conforto della catarsi immaginaria.

Questo breve estratto del film Straziami ma di baci saziami (regia di Dino Risi 1968) ci consente di apprezzare quella bravura nel mestiere dell’attore (Manfredi, ma in particolar modo il fine caratterista Gigi Ballista) ormai non più riscontrabile al giorno d’oggi perché mentre prima c’erano i Gassman e i Tognazzi oggi ci sono i Figli dei Gassman e dei Tognazzi.

Prosit

Memoria sghemba

Di Paolo Zagari

In questa rubrica si tratterà di cinema, letteratura, arte, danza, gastronomia e di tutto ciò che a un certo punto, sospinto dalla razionalità del caso, affiora nella memoria o misteriosamente in essa perdura.

A tutti prima o poi è capitato di trovare al parcheggio il parafango della macchina ammaccato. La prima reazione è smadonnare, la seconda piangere, la terza, miracolo della memoria sghemba, è ridere ripensando a una scena analoga vista in un film di Woody Allen.

Il che ci permette di considerare quanto la comicità e possiamo dire la poetica del regista newyorchese si evolva, maturi o semplicemente cambi col trascorrere del tempo.

Abbiamo appena visto un tipico esempio di slapstick.

Poi c’è stato il periodo surreale,

la commedia romantica,

la fase creativa

e infine il disincanto.

E ora, andiamo dal carrozziere.