La Memoria sghemba 4

di Paolo Zagari

In questa rubrica si tratterà di cinema, letteratura, arte, danza, gastronomia e di tutto ciò che a un certo punto, sospinto dalla razionalità del caso, affiora nella memoria o misteriosamente in essa perdura.

Udite! Udite! O rustici!

Giuseppe Taddei – cavatina di Dulcamara da L’Elisir d’amore

E’ inutile negarlo. Il profano di media cultura, sufficientemente spocchioso da ritenere la televisione il cibo delle stalle, i social network l’oppio del popolo, i telefonini nevrosi di massa, l’happy hour ritualistica d’accatto, sogna di distinguersi dalla tristezza dell’immaginario collettivo diventando un appassionato di opera. Il problema è che spesso non la capisce e rimane sopraffatto dagli allestimenti fastosi, dalla partecipazione quasi religiosa dei melomani, dai tempi morti, dalle trame tortuose, dal recitar cantando. Si intuisce il bello ma non si arriva a coglierlo.

Servirebbe un esperto, qualcuno che ci guidi senza farcelo pesare, per potere finalmente lasciarsi sprofondare nell’oblio lirico.

Tito Schipa – aria di Nemorino “Una furtiva lagrima” da L’Elisir d’amore

E’ quello che Tito Schipa Jr propone col suo allestimento essenziale e multimediale dell’opera di Donizetti L’ Elisir d’amore (libretto di Felice Romani) in scena alTeatro Dei Satiri in Roma. Una breve ma efficace introduzione, un computer collegato a un grande schermo dove scorrono i bozzetti (disegnati da Luigi Stefano Cannelli) e la descrizione delle scene (l’ambientazione nel barocco del Salento fine settecento) insieme alle parole del libretto. I quattro cantanti, vestiti da sera, interpretano l’opera alzandosi dalla sedia quando è il loro turno, accompagnati al pianoforte. L’insieme, che così descritto potrebbe sembrare freddo e didascalico, è al contrario pieno di vita, armonioso, suggestivo e divertente. Un vero incanto.

Nel finale poi al posto dei bis, la sorpresa o, come volgarmente si dice oggi, la chicca. Una registrazione del Nemorino di Tito Schipa (a detta di tutti i critici, uno dei migliori Nemorini di sempre) interagisce in una scena dell’opera con i cantanti presenti sul palco. Un esperimento riuscito, a suo modo unico, godibilissimo, intelligente. Per questo, forse, il teatro era mezzo vuoto.

Ci vorrebbe Dulcamara.

Paolo Rumetz – aria finale di Dulcamara “Ei corregge ogni difetto”

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