Il cinema è tante cose: sguardo, politica, storia, tecnica, intrattenimento, industria…
Se c’è una cosa che il cinema non è — nonostante il grande impegno messo in atto nel creare tale sovrapposizione — sono le parole vuote di intellettuali in crisi.
L’elaborazione eccessiva, il voler spiegare tutto a ogni costo, non fanno che allontanarci dal piacere visivo e sensuale. Dall’essenza stessa del cinema.
È arrogante pensare che tutti i film possano essere compresi, e la ricerca di una verità assoluta non ottiene altro scopo che non sia allontanarci dall’esperienza cinematografica in sé.
Ripartiamo allora dalla base del cinema: l’inquadratura.
Abbandoniamo la banalità dell’intellettualismo e dedichiamoci alla potenza dello sguardo, per tornare a sentire.
Anche le cose sbagliate.
E da chi partire, se non da un regista finlandese sconosciuto (dai non-cinéphile, sia ben chiaro. Sia mai…)?
Il cinema di Aki Kaurismäki è un cinema di sottrazione e atmosfere sospese: piani statici e distanti, interrotti da tocchi di colori sgargianti che contrastano con una realtà raccontata nella sua più feroce banalità.
E un abbandono dell’intreccio all’ineluttabilità del destino.
Un tre di fiori pescato da un mazzo di carte può far perdere il lavoro.
Un ristorante aperto per disperazione può diventare, da un giorno all’altro, il più rinomato della città.
Nuvole in viaggio (1996) non è un film facile da guardare. Non ha tiranti reali, i movimenti di macchina sono pressoché assenti e i protagonisti vivono in uno stato che a tratti sembra catatonico.
E allora perché, alla fine, mi sono ritrovata con le guance rigate di lacrime?
La totale assenza di drammatizzazione e causalità rende quest’opera un perfetto specchio della vita, dove le cose accadono senza una reale motivazione.
La realtà, spesso, non è plausibile. Non si può spiegare.
But it happens — per citare l’incipit di Magnolia (Paul Thomas Anderson, 1999).
I protagonisti provano a cambiare il proprio destino, ma nulla possono contro il fluire inesorabile degli eventi.
I piani distanti, spesso a figura intera, le interazioni algide (ma non prive di sottile ironia), la sottrazione emotiva nei momenti di maggiore intensità: tutto contribuisce a generare un senso di sospensione e straniamento.
Eppure, in mezzo a questo gelo apparente, si fa strada una dolcezza stralunata, una forma sommessa di grazia.
Il risultato è un affresco puntuale e commovente della condizione del vivere contemporaneo, che sgancia lo spettatore dall’oppressione causale, liberandolo finalmente nel flusso del sentire.
